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Licenziamento per ritorsione e prova per presunzioni


Il licenziamento per ritorsione costituisce l’ingiusta e arbitraria reazione ad un comportamento legittimo del lavoratore colpito con conseguente nullità del licenziamento, quando il motivo ritorsivo sia stato l’unico determinante e sempre che il lavoratore ne abbia fornito prova, anche con presunzioni. Nel caso in esame, la Corte di appello ha fatto ricorso alla prova per presunzioni onde risalire, dalla sequenza dei fatti accertati, all’accertamento del fatto ignoto, costituito dal motivo ritorsivo come l’unico determinante del recesso. Tuttavia, il non corretto utilizzo della prova per presunzioni può essere oggetto di censura in termini di violazione o falsa applicazione di norma di legge.


La Corte di appello di Milano respingeva il reclamo proposto avverso la pronuncia del Giudice del lavoro che, rigettando l’opposizione della società, aveva accolto la domanda del lavoratore avente ad oggetto l’impugnativa del licenziamento intimato dalla datrice di lavoro per giustificato motivo oggettivo e, ritenuta la natura ritorsiva del recesso, aveva ordinato la reintegrazione della ricorrente nel posto di lavoro.
Secondo la Corte di appello, nella lettera di licenziamento la società aveva fatto riferimento ad una più efficiente ed economica gestione dell’ufficio del personale al quale la ricorrente era addetta e alla decisione di sopprimere – al fine di contenere i costi aziendali a causa del notevole calo del fatturato – la posizione organizzativa dalla stessa occupata, con una redistribuzione delle relative mansioni tra altri dipendenti. Ciò premesso, la Corte osservava che “ciò che pare mancare è, in particolare, la dimostrazione della sussistenza del nesso causale tra la motivazione della modifica organizzativa disposta dal datore (contrazione del fatturato in un ambito di crisi) e la soppressione della posizione lavorativa”, essendo inoltre emerso dalla prova testimoniale che alcune delle mansioni erano state assegnate non ad altri lavoratori già in forza nell’azienda, ma ad un consulente esterno.
Considerata l’insussistenza del giustificato motivo oggettivo posto a base del licenziamento, la Corte d’appello osservava come vi fosse la prova dell’intento ritorsivo, in quanto il licenziamento era intervenuto a distanza di un giorno dalla mancata sottoscrizione, da parte della lavoratrice, del verbale di conciliazione che l’azienda aveva sottoposto ai dipendenti elencati nel verbale stesso e nel quale era prevista la prosecuzione per ulteriori due anni della riduzione del complessi trattamento economico già in vigore dapiù di un anno, in forza di un precedente analogo verbale di conciliazione.
Per la cassazione di tale sentenza la società ha proposto ricorso. In particolare, con il secondo motivo si denuncia violazione dell’art. 1418 cod. civ. e dell’art. 2729 cod. civ., in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3 cod. proc. civ., per avere la Corte di appello desunto la natura ritorsiva del licenziamento dal rifiuto della lavoratrice di sottoscrivere un verbale di accordo per una riduzione temporanea del suo trattamento economico, proposta che l’azienda aveva sottoposto a tutte le maestranze.
In merito, occorre premettere che, come chiarito da questa Corte, il licenziamento per ritorsione costituisce l’ingiusta e arbitraria reazione ad un comportamento legittimo del lavoratore colpito con conseguente nullità del licenziamento, quando il motivo ritorsivo sia stato l’unico determinante e sempre che il lavoratore ne abbia fornito prova, anche con presunzioni. Nel caso in esame, la Corte di appello ha fatto ricorso alla prova per presunzioni onde risalire, dalla sequenza dei fatti accertati, all’accertamento del fatto ignoto, costituito dal motivo ritorsivo come l’unico determinante del recesso.
E’ ben vero che il non corretto utilizzo della prova per presunzioni può essere oggetto di censura in termini di violazione o falsa applicazione di norma di legge (art. 2729 cod. civ. in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3 cod. proc. civ.). Come questa Corte ha precisato, in tema di presunzioni, qualora il giudice di merito sussuma erroneamente sotto i tre caratteri individuatori della presunzione (gravità, precisione e concordanza) fatti concreti che non sono invece rispondenti a quei requisiti, il relativo ragionamento è censurabile in base all’art. 360, n. 3, cod. proc. Civ. competendo alla Corte di cassazione, nell’esercizio della funzione di nomofilachia, controllare se la norma dell’art. 2729 cod. civ., oltre ad essere applicata esattamente a livello di proclamazione astratta, lo sia stata anche sotto il profilo dell’applicazione a fattispecie concrete che effettivamente risultino ascrivibili alla fattispecie astratta.
Tuttavia – secondo la Cassazione – la censura svolta nel secondo motivo di ricorso non presenta connotati di una valida censura di diritto riguardante la correttezza del ragionamento presuntivo, ove si consideri che con il ricorso per cassazione ci si duole che la Corte di appello abbia assunto come elemento decisivo la contiguità temporale del licenziamento al rifiuto opposto dalla lavoratrice di sottoscrivere l’accordo sulla riduzione temporanea del trattamento economico, “senza però inserire questo indizio nel generale contesto della complessiva situazione aziendale e della posizione della lavoratrice stessa e senza considerare il complessivo risultato della ricca attività istruttoria e probatoria espletata dal tribunale”.
Dall’argomentare del ricorso, emerge che in esso non si svolge alcuna critica alla motivazione della sentenza impugnata ragionando e spiegando perché essa avrebbe violato nei sensi indicati dalla sopra ricordata giurisprudenza il paradigma dell’art. 2729 cod. civ. Ed anzi si svolgono argomentazioni che sono dirette a criticare la ricostruzione di dati fattuali fatta dal giudice di appello, in sostanza formulando una censura di merito che non trova neppure legittimazione nel paradigma del nuovo n. 5 dell’art. 360 e nei limiti del controllo della motivazione sulla quaestio facti indicati da Cass., Sez. Un., nn. 8053 e 8054 del 2014.
Il motivo è stato dunque considerato inamissibile (come il primo), il terzo considerato infondato ed il ricorso rigettato (Cassazione, Sentenza n. 31527/2019).

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