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Si all’agevolazione in favore di pensionati esteri anche in presenza di pensione dall’Inps

Un cittadino residente all’estero, che riceve pensioni di fonte estera, nonostante riscuota anche una pensione dall’Inps, può applicare, ai proventi ricevuti da enti non italiani, l’imposta sostitutiva dell’Irpef introdotta ai sensi dell’art. 24-ter del TUIR a condizione del trasferimento della propria residenza in uno dei luoghi individuati dal regime agevolativo (Agenzia Entrate – risposta 27 agosto 2020, n. 280).

La Legge di bilancio 2019 ha previsto un nuovo regime di imposizione sostitutiva dell’IRPEF per le persone fisiche titolari di redditi da pensione di fonte estera.

In particolare, viene previsto che le persone fisiche, titolari dei redditi da pensione, erogati da soggetti esteri, che trasferiscono in Italia la propria residenza in uno dei comuni appartenenti al territorio delle regioni Sicilia, Calabria, Sardegna, Campania, Basilicata, Abruzzo, Molise e Puglia, con popolazione non superiore a 20.000 abitanti, possono optare per l’assoggettamento dei redditi di qualunque categoria, prodotti all’estero, a un’imposta sostitutiva, calcolata in via forfettaria, con aliquota del 7 per cento per ciascuno dei periodi di imposta di validità dell’opzione.

Per accedere al regime è richiesto il trasferimento della residenza fiscale in Italia in uno dei comuni sopra evidenziati. Non ha inoltre alcun rilievo la nazionalità del soggetto che si trasferisce, in quanto l’accesso al regime è consentito sia a un cittadino straniero sia a un cittadino italiano, purché sia integrato il presupposto della residenza fiscale all’estero per il periodo indicato dalla norma e l’ultima residenza sia stata in un Paese con il quale siano in vigore accordi di cooperazione amministrativa in ambito fiscale (si tratta, essenzialmente, oltre ai Paesi europei, dei Paesi con i quali l’Italia ha siglato una Convenzione per evitare le doppie imposizioni, un TIEA -Tax Information Exchange Agreement – ovvero che aderiscono alla Convenzione OCSE – Consiglio d’Europa sulla mutua assistenza amministrativa in materia fiscale).

L’opzione è:

– esercitata dalle persone fisiche che non siano state fiscalmente residenti in Italia nei cinque periodi di imposta precedenti a quello in cui l’opzione diviene efficace e trasferiscono la residenza da paesi con i quali sono in vigore accordi di cooperazione amministrativa;

– valida per i primi nove periodi d’imposta successivi al periodo di imposta in cui avviene il trasferimento della residenza fiscale;

– esercitata nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo di imposta in cui viene trasferita la residenza in Italia ed è efficace a decorrere da tale periodo d’imposta.

Per l’accesso al regime in argomento è necessaria, inoltre, la titolarità da parte delle persone fisiche dei redditi da pensione. Al riguardo, si rammenta che costituiscono redditi di lavoro dipendente le pensioni di ogni genere e gli assegni ad essi equiparati.

Pertanto, per espressa previsione normativa, i redditi da “pensione” sono equiparati a quelli di “lavoro dipendente”.

Si tratta di soggetti destinatari di trattamenti pensionistici di ogni genere e di assegni ad essi equiparati erogati esclusivamente da soggetti esteri. Sono esclusi dal regime in esame, invece, i soggetti non residenti che percepiscono redditi erogati da un istituto di previdenza residente in Italia.

Rientrano  nell’ambito applicativo della disposizione agevolativa in esame, in quanto redditi prodotti all’estero, le pensioni corrisposte da soggetti esteri. Diversamente, restano escluse dall’applicazione dell’imposta sostitutiva, e vengono tassate in base alle ordinarie disposizioni, le pensioni INPS percepite dai soggetti che si siano trasferiti nel nostro Paese ed abbiano optato per il regime fiscale in esame.

Recupero dagli eredi dei ratei di pensione erogati indebitamente

28 AG0 2020 Con Risposta ad interpello n. 283 del 27 agosto 2020, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che in caso di ratei di pensione erogati post mortem indebitamente a soggetti terzi, ai fini del recupero delle ritenute Irpef operate e versate, l’Ente può ottenere la restituzione delle somme al lordo delle ritenute nei confronti degli eredi, i quali possono indicare le somme restituite tra gli oneri deducibili.

Con riferimento all’ipotesi concernente il recupero delle ritenute IRPEF operate su ratei di pensione erogati post mortem a soggetti terzi non legittimati alla percezione del trattamento pensionistico del de cuius, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che la previsione dell’articolo 10, comma 1, lettera d-bis), del Tuir deve ritenersi applicabile qualora il recupero sia effettuato nei confronti degli eredi, mentre deve ritenersi esclusa se il recupero è disposto nei di soggetti terzi privi di qualunque titolo di legittimazione soggettiva.
La norma suindicata ricomprende tra gli oneri deducibili dal reddito complessivo «le somme restituite al soggetto erogatore, se assoggettate a tassazione in anni precedenti».
L’onere deducibile, corrispondente all’importo delle somme che in un periodo d’imposta sono state assoggettate a tassazione secondo il criterio di cassa e poi restituite al soggetto erogatore, consente il recupero delle imposte pagate su tali somme.
Il sistema dei rapporti tra Erario, sostituto e sostituito, dunque, comporta che il recupero, a carico del contribuente, delle somme a suo tempo a lui erogate avvenga al lordo delle imposte che l’ente erogatore ha versato all’Erario in qualità di sostituto.
Secondo l’Agenzia delle Entrate, l’operatività di tale disposizione non è preclusa nell’ipotesi in cui la restituzione all’ente erogatore (sostituto d’imposta) delle somme da questi indebitamente erogate sia effettuata da un soggetto chiamato, in qualità di erede, a rimborsare somme non dovute, che hanno concorso a formare il reddito del de cuius. Ciò in quanto, pur ravvisandosi una non coincidenza tra il soggetto chiamato a restituire le somme all’ente che le ha corrisposte, ed il soggetto che ha subìto la tassazione IRPEF, l’obbligo di restituzione delle imposte in capo all’erede si giustifica in funzione del suo status, ovvero nella circostanza che questi subentra in base ai principi civilistici “in tutti i rapporti attivi e passivi del de cuius”. Tale successione nei rapporti giuridici assume rilevanza anche sotto il profilo fiscale dal momento che in seguito all’accettazione dell’eredità, il reddito dei cespiti ereditari «concorre a formare il reddito complessivo dell’erede per ciascun periodo di imposta, compreso quello in cui si è aperta la successione». Pertanto, l’erede subentra nel particolare rapporto giuridico incorso alla data del decesso tanto per l’obbligo di restituzione delle somme, quanto per il diritto al recupero dell’imposizione IRPEF a cui le predette somme erano state assoggettate. Di conseguenza, l’Ente è legittimato a recuperare dall’erede i ratei di pensione indebitamente erogati, al lordo delle ritenute applicate, potendo l’erede dedurre, il medesimo ammontare lordo, dal proprio reddito complessivo, come onere deducibile.

Diversa, invece, l’ipotesi in cui il destinatario delle somme indebitamente erogate, non rivesta lo status di erede.
In tal caso, le ritenute IRPEF indebitamente versate nel periodo d’imposta in cui l’Ente sia venuto a conoscenza del decesso potranno essere recuperate dallo stesso in compensazione con il modello F24EP; allo stesso modo potranno essere recuperate le ritenute operate nel periodo d’imposta precedente, entro il termine di presentazione del modello 770.
Per i restanti periodi d’imposta pregressi, per i quali non sono ancora decorsi i termini di decadenza dell’accertamento, il recupero può avvenire mediante la presentazione di tante dichiarazioni integrative del modello 770, quante sono le annualità interessate dal versamento di ritenute IRPEF non dovute. L’eventuale maggior credito, risultante dalla dichiarazione integrativa, dovrà essere inserito nel quadro “DI” del modello 770 relativo al periodo di imposta nel quale è stata presentata la dichiarazione integrativa e concorrerà al credito risultante dalla dichiarazione.
Per i periodi d’imposta per i quali siano ormai decorsi i termini di accertamento, deve ritenersi esclusa la possibilità di ottenere il rimborso, fatta eccezione per l’ipotesi in cui tra l’Ente e il terzo percettore indebito dei ratei di pensione si sia instaurato un contenzioso dall’esito ancora incerto. In tale evenienza, infatti, la sentenza che conferma l’illegittima percezione delle somme da parte del soggetto terzo costituirà il presupposto di cui all’articolo 21, comma 2, del decreto legislativo n. 546 del 1992 per l’istanza di rimborso.
Con riferimento alle modalità di compilazione del quadro DI del modello 770, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che è necessario:
– presentare una dichiarazione integrativa del modello 770, in relazione a ciascun anno di imposta nel quale l’Istituto ha versato le ritenute IRPEF in eccesso;
– inserire il maggior credito risultante da ciascuna dichiarazione integrativa, nel quadro “DI” del modello 770 relativo al periodo di imposta nel quale è stata presentata la dichiarazione integrativa e quindi nel quadro SX, rigo SX4 colonna 3, per il suo utilizzo.

Si ricorda, peraltro, che il cd. Decreto Rilancio ha previsto che ai sostituti d’imposta, ai quali siano restituite le somme al netto delle ritenute operate e versate, spetta un credito d’imposta pari al 30 per cento delle somme ricevute, utilizzabile senza limite di importo in compensazione tramite modello F24. La previsione si applica alle somme restituite dal 1° gennaio 2020.

Imposta di bollo: codice IBAN per effettuare il pagamento da parte di soggetti stranieri

Il codice IBAN per pagare l’imposta di bollo tramite bonifico IT07Y0100003245348008120501 è, in generale, utilizzabile per la registrazione di alcuni atti e contratti. Ciò non esclude che nel caso di specie, in cui il debitore non risiede in Italia, si possa utilizzare il medesimo codice IBAN per effettuare il pagamento dell’imposta di bollo. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 26 agosto 2020, n. 275).

Il Fisco risponde all’Ente che chiede di conoscere “la modalità di assolvimento dell’imposta di bollo da parte di un operatore economico straniero al quale viene aggiudicato un appalto e deve versare l’imposta di bollo sul contratto”. Al riguardo, rappresenta che sul sito dell’Agenzia delle Entrate sono elencati i codici IBAN per effettuare alcune tipologie di pagamenti, ma nella sezione ‘Pagamento delle imposte all’Estero non si rinvengono le istruzioni per la corresponsione dell’imposta di bollo su contratti di affidamento di appalti per beni e servizi.
Il Fisco chiarisce che l’imposta di bollo è disciplinata dal d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 642. il quale, all’articolo 1, dispone che “Sono soggetti all’imposta (…) gli atti, documenti e registri indicati nell’annessa tariffa”.
Con riferimento alla fattispecie sottoposta all’attenzione della scrivente, l’articolo 2 della Tariffa allegata al d.P.R. n. 642 del 1972 prevede l’assoggettamento al tributo per le “Scritture private contenenti convenzioni o dichiarazioni anche unilaterali con le quali si creano, si modificano, si estinguono, si accertano o si documentano rapporti giuridici di ogni specie” .
Per quanto attiene, dunque, i contratti di appalto che in base all’articolo sopra richiamato scontano l’imposta di bollo, si rammenta che l’articolo 3 del citato d.P.R. n. 642 del 1972, come modificato dall’articolo 1 della legge 27 dicembre 2006 n. 296, stabilisce che “L’imposta di bollo si corrisponde secondo le indicazioni della Tariffa allegata:
a) mediante pagamento dell’imposta ad intermediario convenzionato con l”Agenzia delle Entrate, il quale rilascia, con modalità telematiche, apposito contrassegno;
b) in modo virtuale, mediante pagamento dell’imposta all’ufficio dell’Agenzia dell’entrate o ad altri uffici autorizzati o mediante versamento in conto corrente postale.
Relativamente alle modalità dell’assolvimento dell’imposta di bollo da parte di un operatore economico non residente in Italia al quale viene aggiudicato un appalto, si osserva che sul sito internet dell’Agenzia delle Entrate esiste una sezione dove è specificato che “I contribuenti non residenti in Italia e non titolari di conti correnti presso banche convenzionate con l’Agenzia delle Entrate, possono eseguire il versamento delle imposte dovute mediante bonifico in euro in favore del bilancio dello Stato oppure dei conti di tesoreria (…) secondo le indicazioni riportate”.
In una tabella di detta sezione è presente una lista contenente i codici IBAN da utilizzare per il pagamento, mediante bonifico, delle imposte da parte di soggetti non residenti.
Per quanto di interesse, si rappresenta che il codice IBAN per pagare l’imposta di bollo tramite bonifico IT07Y0100003245348008120501 è, in generale, utilizzabile per la registrazione di alcuni atti e contratti.
Ciò non esclude che nel caso di specie, in cui il debitore non risiede in Italia, si possa utilizzare il medesimo codice IBAN per effettuare il pagamento dell’imposta di bollo.
In conclusione, se il debitore si trova all’estero e non può assolvere l’imposta di bollo utilizzando una delle modalità tradizionali, potrà pagare tramite bonifico utilizzando il codice IBAN sopra indicato, avendo cura di specificare nella causale il proprio codice fiscale (in mancanza, la denominazione) e gli estremi dell’atto a cui si riferisce l’imposta.

Regime agevolato per il rientro in Italia di docenti/ricercatori

Con la Risposta a interpello n. 274 del 26 agosto 2020, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che può ritenersi ammesso a beneficiare per undici anni del regime agevolato per il rientro in Italia, il ricercatore italiano residente all’estero e regolarmente iscritto all’AIRE da oltre due anni, che trasferisca in Italia la residenza per se e la famiglia di cui fanno parte due minorenni, ivi continuando l’attività di ricercatore. A tal fine non assume rilievo la natura del datore di lavoro o del soggetto committente in Italia.

Allo scopo di porre rimedio al cd. fenomeno della “fuga dei cervelli” e di favorire lo sviluppo tecnologico e scientifico del Paese, sono previsti incentivi fiscali in favore di docenti/ricercatori che dall’estero si trasferiscono in Italia per continuare l’attività di ricerca.
Il cd. DL Rilancio ha incrementato tali incentivi nei confronti dei soggetti che acquisiscono la residenza fiscale in Italia a partire dal periodo di imposta 2020.
Ai fini delle imposte sui redditi è escluso dalla formazione del reddito di lavoro dipendente o autonomo il 90% degli emolumenti percepiti dai docenti e dai ricercatori che, in possesso di titolo di studio universitario o equiparato e non occasionalmente residenti all’estero, abbiano svolto documentata attività di ricerca o docenza all’estero presso centri di ricerca pubblici o privati o università per almeno due anni continuativi e che vengono a svolgere la loro attività in Italia, acquisendo conseguentemente la residenza fiscale nel territorio dello Stato.
In base delle modifiche introdotte dal DL Rilancio, i benefici fiscali si applicano nel periodo d’imposta in cui il ricercatore diviene fiscalmente residente nel territorio dello Stato e nei 5 periodi d’imposta successivi (prima erano 3) sempre che permanga la residenza fiscale in Italia.
Inoltre, per i docenti e ricercatori che abbiano almeno due figli minorenni o a carico, anche in affido preadottivo, le agevolazioni si applicano nel periodo d’imposta in cui il ricercatore o docente diviene residente, e nei 10 periodi d’imposta successivi, sempre che permanga la residenza fiscale nel territorio dello Stato.
Per quanto concerne i requisiti soggettivi necessari per ottenere tali agevolazioni, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che i docenti e ricercatori possono beneficiare della tassazione agevolata al verificarsi delle seguenti condizioni:
a) essere in possesso di un titolo di studio universitario o equiparato;
b) essere stati non occasionalmente residenti all’estero;
c) aver svolto all’estero documentata attività di ricerca o docenza per almeno due anni continuativi, presso centri di ricerca pubblici o privati o università;
d) svolgere l’attività di docenza e ricerca in Italia;
e) acquisire la residenza fiscale nel territorio dello Stato.
Nel rispetto dei suddetti requisiti, secondo l’Agenzia delle Entrate, può ritenersi ammesso a beneficiare del regime fiscale agevolato per il rientro in Italia, il contribuente italiano residente all’estero (Svizzera) e regolarmente iscritto all’AIRE, ricercatore da oltre due anni presso un’azienda farmaceutica nello Stato estero, che si trasferisca in Italia con la propria famiglia per continuare l’attività di ricercatore in un’azienda italiana. Nel caso esaminato dall’Agenzia delle Entrate, la presenza di due figli minori all’interno della famiglia consente al ricercatore di usufruire dell’agevolazione per l’anno di imposta 2020 e per i successivi dieci anni, sempre che permanga la residenza fiscale in Italia.
Per quanto riguarda il requisito della residenza fiscale in Italia, occorre fare riferimento alla disposizione dell’articolo 2 del TUIR, secondo il quale si considerano residenti in Italia le persone fisiche che, per la maggior parte del periodo d’imposta (183 giorni o 184 giorni in caso di anno bisestile), sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato la residenza o il domicilio ai sensi del codice civile. Le condizioni appena indicate sono tra loro alternative; pertanto, la sussistenza anche di una sola di esse è sufficiente a far ritenere che un soggetto sia qualificato, ai fini fiscali, residente in Italia.
Per quanto riguarda invece il requisito dell’attività di docente/ricercatore, si osserva che la norma richiede per quella all’estero che sia stata svolta presso una università o un centro di ricerca pubblico o privato, mentre per quella da svolgere in Italia non dispone nulla in merito ai requisiti dei datori di lavoro e dei committenti dei docenti e ricercatori. Pertanto, secondo l’Agenzia delle Entrate, ai fini dell’agevolazione non assume rilievo la natura del datore di lavoro o del soggetto committente in Italia, che, per l’attività di ricerca, può essere una università, pubblica o privata, o un centro di ricerca pubblico o privato o una impresa o un ente che, in ragione della peculiarità del settore economico in cui opera, disponga di strutture organizzative finalizzate alla ricerca.

Deduzione forfetaria autotrasportatori 2020: indicazioni per compilare la dichiarazione dei redditi 2019

Con una news pubblicata il 18 agosto 2020 sul sito del Dipartimento delle Finanze del Ministero dell’Economia e delle Finanze sono state rese note le misure delle deduzioni forfetarie a favore degli autotrasportatori per il periodo d’imposta 2019 (Agenzia Entrate – comunicato 26 agosto 2020).

Con l’incremento delle risorse disposto dal decreto Agosto, le misure agevolative relative alle deduzioni forfetarie per spese non documentate a favore degli autotrasportatori nel 2020 sono fissate in misura pari a quelle stabilite per l’anno precedente.

Ai sensi dell’art. 84, co. 1, del Decreto Agosto, 1. l’autorizzazione di spesa viene incrementato di 5 milioni di euro per l’anno 2020, al fine di aumentare la deduzione forfettaria per gli autotrasportatori.

Pertanto, per i trasporti effettuati personalmente dall’imprenditore oltre il Comune in cui ha sede l’impresa (autotrasporto merci per conto di terzi) è prevista una deduzione forfetaria di spese non documentate, per il periodo d’imposta 2019, nella misura di 48,00 euro.

La deduzione spetta:

– una sola volta per ogni giorno di effettuazione di trasporti, indipendentemente dal numero dei viaggi;

– anche per i trasporti effettuati personalmente dall’imprenditore all’interno del Comune in cui ha sede l’impresa, per un importo pari al 35 per cento di quello riconosciuto per i medesimi trasporti oltre il territorio comunale.

Al riguardo, con specifico riferimento alle modalità di compilazione della dichiarazione dei redditi, la deduzione forfetaria per i trasporti effettuati personalmente dall’imprenditore va riportata nei quadri RF e RG dei modelli REDDITI 2020 PF e SP, utilizzando nel rigo RF55 i codici 43 e 44 e nel rigo RG22 i codici 16 e 17, così come indicato nelle istruzioni del modello REDDITI.

I codici si riferiscono, rispettivamente, alla deduzione per i trasporti all’interno del Comune in cui ha sede l’impresa e alla deduzione per i trasporti oltre tale ambito.

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Esente da Iva il costo aggiuntivo accessorio alla prestazione sanitaria

È esente da Iva l’onere aggiuntivo addebitato in fattura dal poliambulatorio al paziente che ha pagato la prestazione con modalità diversa dalla carta di credito. Inoltre, la medesima somma non può essere detratta ai fini Irpef dal cliente, perché rappresenta un costo amministrativo (Agenzia Entrate – risposta 25 agosto 2020, n. 268).

Il principio di accessorietà comporta che i corrispettivi relativi alle operazioni accessorie, per tali intendendosi quelli dovuti in relazione alle operazioni che assumono una posizione secondaria e subordinata rispetto all’operazione principale, concorrono a formare la base imponibile di quest’ultima, anche se addebitati separatamente dal prezzo pattuito per l’operazione principale.

Ai fini IVA, secondo la Corte di Giustizia UE “Una prestazione è considerata accessoria ad una prestazione principale in particolare quando costituisce per la clientela non già un fine a sé stante, bensì il mezzo per fruire nelle migliori condizioni del servizio principale offerto dal prestatore”.

Non ha importanza il fatto che sia pattuito un unico prezzo, seppure la Corte rileva come tale eventualità possa costituire un indizio dell’unicità della fornitura. Ciò che rileva è la finalità per cui l’operazione è conclusa e l’esame di tale finalità va compiuto sia sotto il profilo oggettivo che soggettivo, valutando cioè se l’operazione di per sé ha la funzione di integrare la prestazione principale, migliorando le condizioni per usufruire della stessa, e se nell’intenzione delle parti l’operazione non persegua un fine autonomo.

La Corte di Giustizia ha statuito che le spese supplementari non costituiscono il corrispettivo di una prestazione di servizi distinta ed indipendente dalla prestazione di servizi principale, dopo aver, tra l’altro, premesso che “il ricevimento di un pagamento e la gestione di quest’ultimo sono intrinsecamente connessi ad ogni prestazione di servizi fornita a titolo oneroso”.

Detto questo, riguardo al caso di specie, per i clienti sprovvisti di carta di credito, l’onere aggiuntivo costituisce il mezzo necessario per usufruire delle prestazioni sanitarie fatturate in regime di esenzione da IVA, qualificandosi così, quale prestazione accessoria alla prestazione sanitaria, di cui ne mutua il regime di esenzione.

Riguardo invece alla possibilità di poter detrarre il suddetto costo aggiuntivo dall’irpef, l’Agenzia delle Entrate ha ricordato che ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, la detrazione dall’imposta lorda nella misura del 19 per cento degli oneri indicati nell”articolo 15 del Tuir spetta a condizione che l’onere sia sostenuto con versamento bancario o postale ovvero mediante altri sistemi di pagamento.

Tale disposizione non trova però applicazione alle detrazioni spettanti in relazione alle spese sostenute per l’acquisto di medicinali e di dispositivi medici, nonché alle detrazioni per prestazioni sanitarie rese dalle strutture pubbliche o da strutture private accreditate al Servizio sanitario nazionale.

Per effetto della deroga, resta ferma la possibilità di effettuare pagamenti con modalità diverse da quelle appena descritte, senza perdere il diritto alla detrazione, per l’acquisto di medicinali, dispositivi medici e per prestazioni sanitarie rese dalle strutture pubbliche o da strutture private accreditate al Servizio sanitario nazionale.

Per l’individuazione delle spese sanitarie che danno diritto alle detrazioni in parola, occorre fare riferimento ai provvedimenti del Ministero della Salute che contengono l’elenco delle specialità farmaceutiche, delle protesi e delle prestazioni specialistiche.

Al fine di evitare abusi delle agevolazioni in questione, è stato più volte affermato che sono ammesse alla deduzione o alla detrazione solo le spese per prestazioni di natura sanitaria, rispondenti a trattamenti sanitari qualificati finalizzati alla cura di una patologia, effettuati da medici o da personale abilitato dalle autorità competenti in materia sanitaria.

Non sono deducibili o detraibili le spese sostenute per prestazioni non necessarie per un recupero della normalità sanitaria e funzionale della persona ma tese semplicemente a rendere più gradevole l’aspetto personale o a migliorare il benessere psicofisico della persona.

In considerazione di quanto appena detto, l’onere aggiuntivo addebitato in fattura per le prestazioni sanitarie fatturate in regime di esenzione da IVA, quando il paziente non provvede al pagamento del corrispettivo con carta di credito, sia un onere amministrativo (come, ad esempio la spesa sostenuta per la richiesta della cartella clinica) e come tale non avendo natura sanitaria non può fruire della predetta detrazione.

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Deposito merce in altro Stato UE: equivale a cessione intracomunitaria assimilata

Con la Risposta ad interpello n. 273 del 25 agosto 2020, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che l’invio di beni presso deposito situato in altro Stato membro dell’Unione Europea senza vendita contestuale, in attesa dell’ordine di acquisto da parte del cessionario, equivale ad una cessione intracomunitaria, che presuppone l’attivazione di una posizione fiscale nello Stato in cui è situato il deposito e la fatturazione della medesima merce alla posizione attivata, con assolvimento dell’Iva nel predetto Stato membro.

Lo spostamento fisico di beni dall’Italia ad altro Stato membro dell’Unione Europea, presso il magazzino di una terza società, senza il passaggio della proprietà degli stessi, costituisce un’ipotesi di cessione intracomunitaria “per assimilazione” e, in particolare, il cd. “trasferimento a se stessi”.
Si tratta della previsione normativa secondo cui è assimilato ad una cessione intracomunitaria non imponibile, l’invio di beni nel territorio di altro Stato membro, mediante trasporto o spedizione a cura del soggetto passivo nel territorio dello Stato, o da terzi per suo conto, in base ad un titolo diverso da: perizie o perfezionamento o manipolazioni usuali o utilizzo temporaneo per l’esecuzione di prestazioni.
Il principio (di derivazione comunitaria), in altri termini, assimila alle cessioni intracomunitarie non imponibili vere e proprie – effettuate a titolo oneroso – la spedizione (senza vendita contestuale), da parte di un soggetto passivo, di beni della sua impresa a destinazione di un altro Stato membro, a condizione che i beni non siano oggetto di operazioni di manipolazione relative al perfezionamento attivo o destinati ad essere utilizzati temporaneamente per l’esecuzione di prestazioni di servizi o che beneficino dell’ammissione temporanea in totale esenzione dei dazi doganali.
In tal caso, il soggetto passivo in Italia che spedisce “in deposito” i beni della propria impresa, è tenuto a nominare un rappresentante fiscale o a richiedere l’identificazione diretta nel Paese membro di destinazione della merce al fine di assolvere l’imposta sull’acquisto intracomunitario “per assimilazione”.
Trattandosi di cessione intracomunitaria, al trasferimento dei beni nel Paese membro di destinazione deve corrispondere una fattura non imponibile emessa nei confronti della propria partita IVA attivata nello Stato membro di destinazione, in cui dovrà essere assolta l’imposta.
La successiva cessione dei beni stoccati presso i magazzini agli effettivi cessionari sarà soggetta alle formalità e alla normativa IVA in vigore nello Stato membro in cui è situato il deposito.
Secondo l’Agenzia delle Entrate, questo deve ritenersi il regime IVA applicabile all’ipotesi di seguito rappresentata:
La società (soggetto passivo in Italia), operante nel settore della produzione e commercializzazione all’ingrosso, allo scopo di ottimizzare l’approvvigionamento dei propri clienti in Gran Bretagna e Irlanda, aderisce mediante accordo ad una piattaforma logistica presso un magazzino situato in altro Stato membro (Belgio), dove invia periodicamente quantitativi di merce comunicati dai clienti in base al proprio fabbisogno.
Le merci, quindi, sono oggetto di raggruppamento e/o smistamento presso la piattaforma (in Belgio), restando ivi temporaneamente stoccate per brevi periodi. I clienti inviano l’ordine di acquisto della merce sia alla società che al gestore della piattaforma. A questo punto, la società incarica il gestore della piattaforma di effettuare il trasporto delle merci dal magazzino (in Belgio) presso il luogo convenuto con i clienti per la cessione definitiva.

Integratori alimentari: aliquota IVA da applicare

La cessione degli integratori alimentari è soggetta a un’aliquota IVA ridotta solo nel caso in cui i loro componenti siano riconducibili ai prodotti indicati nella Tabella A, parti II, II-bis o III, allegate al Decreto IVA, cui consegue l’applicazione dell’aliquota IVA del 4, del 5 o del 10 per cento. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposte 25 agosto 2020, n. 269 e n. 270)

I cd. “integratori alimentari” non sono un prodotto che di per sé beneficia dell’aliquota IVA ridotta in quanto sono previsti in alcuna delle parti della Tabella A, allegata al Decreto IVA.
L’eventuale applicazione agli stessi di un’aliquota IVA ridotta dunque è sempre avvenuta caso per caso, in base al parere tecnico reso dall’ADM che ne analizza la relativa composizione.
In altri termini, la cessione degli integratori alimentari è stata ritenuta soggetta a un’aliquota IVA ridotta solo nel caso in cui i loro componenti fossero stati riconducibili – in base al parere dell’ADM – ai prodotti indicati nella Tabella A, parti II, II-bis o III, allegate al Decreto IVA, cui consegue l’applicazione dell’aliquota IVA del 4, del 5 o del 10 per cento.
Gli integratori alimentari oggetto delle istanze presentano alcune specifiche peculiarità derivanti principalmente dai diversi elementi di cui ogni singolo prodotto risulta essere composto, di seguito dettagliate:
1: si tratta di un preparato in polvere al sapore di mango contenente proteine ed edulcoranti. Il prodotto è composto da diversi ingredienti di origine naturale, tra cui principalmente polvere di latte di cocco (6%), buccia di psillio (3,5%), polvere di papaia (1%), estratto di curcuma (0,6%), polvere di polpa di mango (0,6%), polvere di succo di melograno (0,4%) e polvere di matcha (0,33%). Si presenta sotto forma di preparato in polvere da unire, per l’uso, al latte scremato e all’olio in modo da ottenere una bevanda aromatizzata sostitutiva ai pasti.
2: è un preparato in polvere al sapore di frutti rossi composto da diversi ingredienti di origine naturale, tra cui principalmente aronia in polvere (6,85%), mirtillo in polvere (6,3%), estratto di ibisco (5,55%), estratto di acerola (1,57%), estratto di goji (0,43%), estratto di bambù (0,085%), estratto di curcuma (0,085%) e estratto di buccia d’uva (0,06%). Si presenta sotto forma di preparato in polvere da disciogliere, per l’uso, in acqua, in modo da ottenere un integratore alimentare.
3: è una barretta di frutta al cocco composta da diversi ingredienti di origine naturale, tra cui datteri, cocco grattugiato (15%), fiocchi di avena senza glutine e vaniglia bourbon.
4: è una barretta di frutta, ai frutti di bosco composta da diversi ingredienti di origine naturale, tra cui principalmente gelsi (7%), bacche di goji (5%) e mirtilli (2%).
5: barretta nutrizionale composta principalmente da cacao in polvere (6%) e olio d’arancio.
6. in capsule con vitamina C composto principalmente da mela (7,9%), erba di grano (7,9%), alfalfa (6,5%) e clorella (5,1%). Si presenta sotto forma di capsule, da assumere unitamente all’acqua.
7. in capsule con estratti naturali ed è composto da diversi ingredienti tra cui estratto di tè verde, coenzima Q10 e estratto di radice di ashwagandha.
Tutti i prodotti oggetto delle due istanze di interpello possono beneficiare dell’aliquota IVA del 10 per cento.

Più tempo per correggere l’esito del controllo formale delle dichiarazioni

C’è tempo fino al 16 settembre per fornire chiarimenti al fine di ottenere la rideterminazione delle somme dovute, a seguito del controllo automatizzato e formale delle dichiarazioni, riferite ad atti per i quali il termine sia scaduto nel periodo compreso tra l’8 marzo e il 31 maggio 2020. Lo ha chiarito l’Agenzia delle Entrate con la circolare n. 25/E del 2020.

In base alle norme che disciplinano le attività di controllo automatizzato e formale delle dichiarazioni dei redditi ed IVA, il contribuente, in seguito al ricevimento della comunicazione degli esiti del controllo (ovvero della cartella di pagamento), ha 30 giorni di tempo per fornire chiarimenti e segnalare eventuali dati o elementi non considerati o valutati erroneamente, al fine di ottenere la rideterminazione delle somme dovute. Tale termine coincide, ordinariamente, con quello entro cui deve essere eseguito il pagamento dell’intero importo dovuto o della prima rata, beneficiando della riduzione delle sanzioni.
In considerazione dell’emergenza da Covid-19, l’articolo 144 del cd. “Decreto Rilancio” ha previsto la remissione in termini e la proroga dei termini per il versamento, anche rateale, delle somme dovute a seguito delle attività di controllo automatizzato e formale delle dichiarazioni dei redditi ed IVA, nonché delle somme dovute a seguito della liquidazione dei redditi soggetti a tassazione separata, la cui scadenza sia compresa nel periodo tra l’8 marzo e il 31 maggio 2020 (periodo di sospensione).
In tal caso, i versamenti interessati possono essere eseguiti entro il 16 settembre 2020, senza applicazione di ulteriori sanzioni e interessi.
In alternativa al pagamento in unica soluzione, è possibile effettuare i versamenti delle somme dovute in quattro rate mensili di pari importo, da pagare entro le seguenti scadenze: 16 settembre, 16 ottobre, 16 novembre, 16 dicembre 2020. In ogni caso non si procede al rimborso di quanto già versato.
In proposito è stato chiesto all’Agenzia delle Entrate se la proroga disposta dall’articolo 144 del “Decreto Rilancio” riguardi esclusivamente i termini di versamento delle somme dovute oppure si estenda anche al termine entro cui il contribuente può fornire chiarimenti e chiedere la rideterminazione degli esiti.
Nell’ambito della Circolare n. 25/E del 2020 (punto 3.5), l’Agenzia ha precisato che, sebbene la suddetta norma non contenga alcun riferimento esplicito al termine entro cui il contribuente può fornire chiarimenti, la stretta correlazione tra i due termini (quello per il versamento e quello per i chiarimenti), deve far ritenere che la proroga al 16 settembre 2020 possa intendersi estesa anche al termine per fornire chiarimenti.
Pertanto, con riferimento alle comunicazioni per le quali il termine di versamento in unica soluzione o della prima rata sarebbe scaduto ordinariamente nel periodo compreso tra l’8 marzo e il 31 maggio 2020, anche il termine per fornire chiarimenti e chiedere la rideterminazione degli esiti – mantenendo il beneficio della riduzione delle sanzioni sulle residue somme dovute – può considerarsi prorogato al 16 settembre 2020.

Con riferimento, invece, all’ipotesi di pagamenti rateali delle somme dovute in base agli esiti del controllo automatizzato e formale delle dichiarazioni dei redditi ed IVA, è stato chiesto all’Agenzia delle Entrate se la proroga di una rata scaduta nel periodo di sospensione (8 marzo – 31 maggio 2020) influenzi anche le rate successive, oppure le stesse mantengano le originarie scadenze. Al riguardo, l’Agenzia ha osservato che secondo le regole che disciplinano la rateazione, l’importo dovuto è suddiviso in rate trimestrali che scadono l’ultimo giorno di ciascun trimestre successivo alla scadenza della prima rata. Nella predisposizione dei piani di rateazione, dunque, la scadenza delle rate successive è determinata in base alla scadenza della prima rata.
Ne consegue, secondo l’Agenzia delle Entrate, che nel caso in cui il termine di versamento della prima rata ricada nel periodo di sospensione, la proroga produce un effetto traslativo anche sulle scadenze delle rate successive. Tutto il piano di rateazione, perciò, sarà costruito sulla scadenza (prorogata) della prima rata.
Diversamente, se nel periodo di sospensione ricade il termine di versamento di una rata diversa dalla prima, la proroga interesserà solo tale rata, senza influenzare le rate successive, che mantengono la loro scadenza originaria.

Covid-19: istituito il Fondo per le imprese di pesca

Per far fronte ai danni diretti e indiretti derivanti dall’emergenza COVID-19 e per assicurare la continuità aziendale delle imprese agricole, della pesca e dell’acquacoltura, ai sensi dell’art. 78, co. 2, D.L. n. 18/2020, conv., con modif., dalla L. n. 27/2020, il Ministero delle Politiche Agricole ha istituito un Fondo con una dotazione di 100 milioni di euro per l’anno 2020, di cui 20 milioni di euro per sospensione dell’attività economica delle imprese della pesca e dell’acquacoltura (Ministero Politiche Agricole – decreto 17 luglio 2020).

Possono beneficiare degli interventi del Fondo le imprese della pesca e dell’acquacoltura che risultino stabilmente operative nel territorio italiano e che abbiano subito danni diretti o indiretti dall’emergenza COVID-19.

La concessione del contributo è condizionata all’avvio da parte dei soggetti richiedenti della rispettiva attività economica in data antecedente al 3 giugno 2020, da accertarsi, per le imprese di pesca attraverso l’armamento alla stessa data, di almeno un’imbarcazione da pesca, mentre per le imprese acquicole, previa verifica dell’intervenuta attivazione, prima dello stesso termine, presso il Registro imprese e della permanenza di tale requisito alla data di presentazione della domanda di accesso alle agevolazioni.

La concessione del contributo è subordinata alla presentazione da parte dei soggetti richiedenti della seguente documentazione da compilarsi secondo i termini e le modalità che saranno definite con separato provvedimento del direttore della pesca marittima e dell’acquacoltura del Ministero:

– domanda di accesso alle procedure di erogazione del contributo;

– dichiarazione sostitutiva di atto notorio resa (art. 47, D.P.R. n. 445/2000) esente da bollo, attestante:

a) di non rientrare nella definizione di impresa in difficoltà in base alla definizione di cui all’art. 2, punto 18, del regolamento (UE) n. 651/2014 della Commissione, del 17 giugno 2014;

b) di non aver ricevuto e non ancora restituito un aiuto di Stato dichiarato illegale e incompatibile con decisione della Commissione europea, salvo che lo abbiano rimborsato o depositato in un conto bloccato;

c) limitatamente alle imprese del settore pesca, di disporre di almeno un’imbarcazione risultante in armamento alla data del 3 giugno 2020.

d) limitatamente alle imprese del settore acquacoltura, di essere iscritti come impresa attiva nel Registro imprese in data antecedente al 3 giugno 2020 e di risultare in attività alla data della presentazione della domanda di accesso ai contributi di cui al presente decreto;

e) che gli aiuti complessivamente richiesti non superino i 120.000 euro per impresa, nel periodo di vigenza delle norme comunitarie;

f) che l’attività prevalente risulta essere la pesca marittima ovvero che l’attività prevalente risulta essere l’acquacoltura.

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