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Casse professionali, nessuna sanzione all’iscritto senza la previa contestazione dell’addebito


I principi normativi che regolano della materia delle sanzioni amministrative (L. n. 689/1981) si applicano anche alle sanzioni irrogate dagli Enti gestori di forme di previdenza obbligatorie, i quali, pertanto, non possono far valere la loro pretesa sanzionatoria manifestandola al debitore per la prima volta attraverso il ruolo ed i conseguenti atti dell’esattore. E’ invece necessario che, ove le somme da riscuotere non risultino da una precedente dichiarazione del debitore stesso, vi sia stato in precedenza un procedimento preordinato al loro accertamento, in cui sia consentito alla parte di avere contezza della violazione e di prospettare all’Ente gli eventuali errori in cui sia incorso (Corte di cassazione, sentenza n. 17702/2020).


La vicenda giudiziaria riguarda l’opposizione proposta da un professionista avverso una sanzione amministrativa pecuniaria irrogata dalla Cassa di Previdenza Forense per omessa comunicazione dei dati reddituali. Tanto il Giudice di primo grado che la Corte d’appello avevano ritenuto illegittima la sanzione, senza la previa contestazione dell’addebito, in violazione del procedimento di cui alla L n. 689/1981. Altresì, nessuna rilevanza in senso opposto poteva avere l’avvenuta adozione, da parte dell’Ente previdenziale privatizzato, di una diversa regolamentazione della materia delle sanzioni (art. 4, co. 6-bis, D.L. n. 79/1997), giacché tale disciplina di rango secondario non avrebbe potuto comunque derogare alla fonte normativa primaria (L. n. 689/1981).
Ricorreva così in Cassazione la Cassa Forense, deducendo l’ampia delegificazione intervenuta in favore degli enti gestori di forme di previdenza obbligatorie per ciò che concerne l’adozione dei provvedimenti utili a salvaguardare l’equilibrio di bilancio e, più specificamente, l’attribuzione ad essi della potestà di adottare deliberazioni in materia di regime sanzionatorio.
Per la Suprema Corte il ricorso è però infondato, ancorché la motivazione della sentenza vada corretta.
In riferimento agli Enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza trasformati in persone giuridiche private, si è verificata una sostanziale delegificazione della disciplina relativa sia al rapporto contributivo, che tali Enti intrattengono con i loro iscritti, sia al rapporto previdenziale, che concerne le prestazioni che essi sono tenuti a corrispondere ai beneficiari. A tali Enti, cioè, è stata affidata dalla legge un’autonomia regolamentare, nel rispetto dei vincoli costituzionali ed entro i limiti delle loro attribuzioni, anche in deroga a disposizioni di legge precedenti (da ultimo, Corte di Cassazione, sentenza n. 5287/2018), ma al solo fine precipuo di assicurare l’equilibrio di bilancio.
Tali delibere derogatorie possono identificarsi, sostanzialmente, nei provvedimenti di variazione delle aliquote contributive o di riparametrazione dei coefficienti di rendimento o di ogni altro criterio di determinazione del trattamento pensionistico, salvo il rispetto del principio del pro rata (Corte di Cassazione, sentenza n. 24202/2009), mentre deve escludersi, invece, che la potestà derogatoria si estenda, ad esempio, all’imposizione di una trattenuta, anche sub specie di contributo di solidarietà, su trattamenti che siano già stati determinati in base ai criteri ad essi applicabili, atteso che tali atti darebbero luogo a un prelievo inquadrabile nel genus delle prestazioni patrimoniali, la cui imposizione è riservata invece al Legislatore (Corte di Cassazione, sentenza n. 31875/2018).
Orbene, tanto premesso, il potere di adottare “deliberazioni in materia di regime sanzionatorio”, attribuito “nell’ambito del potere di adozione di provvedimenti allo scopo di assicurare l’equilibrio di bilancio”, deve necessariamente circoscriversi alla commisurazione delle sanzioni irrogabili in relazione alle varie tipologie di illecito, restando invece ad essa estranea la possibilità di derogare alle disposizioni imperative del procedimento individuato dalla L. n. 689/1981. Al riguardo, è ben possibile che i precetti individuati dalla legge siano eterointegrati da disposizioni di rango secondario, ma non che si introducano sanzioni amministrative mediante fonti secondarie o che la normazione secondaria non preveda garanzie, tra cui quelle dettate in tema di accertamento e preventiva contestazione dell’addebito (artt. 13 e 14, L. n. 689/1981), tali che la discrezionalità attribuita alla Pubblica Amministrazione e agli Enti ad essa equiparati si trasformi in arbitrio (Corte di Cassazione – S.U., sentenza n. 18262/2004).
In conclusione, devono ribadirsi tanto l’estensione dei principi regolatori della materia delle sanzioni amministrative anche alle sanzioni irrogate dagli enti gestori di forme di previdenza obbligatorie, quanto, soprattutto, il principio secondo cui l’estensione del sistema dell’esecuzione esattoriale ad altre prestazioni imposte dalla legge non implica di per sé che l’Ente che se ne assume creditore possa far valere la sua pretesa sanzionatoria manifestandola al debitore per la prima volta attraverso il ruolo ed i conseguenti atti dell’esattore. E’ invece necessario che, laddove le somme che si tratta di riscuotere non risultino da una precedente dichiarazione del debitore stesso, vi sia stato in precedenza un procedimento specificamente preordinato al loro accertamento, in cui sia consentito alla parte di avere contezza della violazione che le si attribuisce e di prospettare all’Ente gli eventuali errori in cui sia incorso nel ritenere consumata la violazione.